Marco Aguggia

Scritto da Marco Castellazzi. Postato in ESPERTO

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Dove si incontrano l’anima e il corpo, l’arte e l’emozione? Fin dall’alba della Preistoria, l’Uomo si è dimostrato unico per la fantasia creativa che riesce ad esprimere attraverso la pittura, la scultura e la musica. Le diverse forme artistiche hanno in comune il fatto di essere universali forme di comunicazione che non necessitano di una comprensione mediata dal linguaggio e che, proprio per questo, poggiano le proprie fondamenta su processi fisiologici comuni presenti in tutti gli individui della nostra specie. Indagando sull’arte è possibile scoprire nuovi aspetti della nostra mente e, quindi, del nostro cervello. La Neuroestetica è una recente disciplina, nata nell'ambito delle neuroscienze, che si interroga sulle basi biologiche della percezione e dei suoi risvolti estetici, nonché sul funzionamento della mente dell'artista. Suo scopo ultimo è quello di comprendere i meccanismi attraverso i quali siamo in grado immaginare, costruire associazioni e creare od emozionarci davanti ad un’opera d’arte. La neuroestetica nasce nel 2001 grazie a Semir Zeki, professore di Neurobiologia allo University College di Londra; essa ha fatto chiarezza nell’ambito di quella che un tempo era considerata filosofia dell’arte e che oggi invece si è sempre più propensi a considerare una scienza della percezione. Zeki è il teorico della base neurologica dell'estetica e definisce l’ arte visiva quale strumento di studio di quei processi neurologici attraverso cui il cervello umano esplica le sue capacità percettive sia nell'arte che nella realtà. Neuroscienziati e studiosi d'arte sono quindi alla ricerca di un punto d'incontro sulla percezione e sulle modalità di reazione degli osservatori davanti alle immagini create dagli artisti. All’incrocio tra scienza e filosofia, la Neuroestetica prova a rispondere, unendo i saperi tradizionali e le sofisticate tecnologie delle neuroscienze, e cerca di comprendere insieme le opere e il cervello, le forme artistiche e le risposte viscerali.

 

In che misura le emozioni che proviamo di fronte alle opere d'arte sono dovute a meccanismi universali propri della visione e in che misura, invece, sono determinate da condizionamenti culturali? Dietro la fruizione di un’opera d’arte risiederebbe l'empatia, cioè la capacità di provare ciò che sta provando chi è raffigurato e in alcuni casi di provare ciò che provava l'artista nel momento creativo. 

 

Secondo Vittorio Gallese, professore del dipartimento di neuroscienze dell'università di Parma e scopritore, insieme a Giacomo Rizzolatti, dei neuroni specchio, la risposta della mente al capolavoro artistico è mediata da una sorta di profonda immedesimazione (cognitiva, emotiva e motoria) con l’opera d’arte. Una tale immedesimazione, resa possibile dal meccanismo dei neuroni specchio, ci consentirebbe di vivere, rispecchiandole, le emozioni e le sensazioni corporee vissute dai protagonisti raffigurati nelle opere d’arte. Il funzionamento dei neuroni specchio ci consentirebbe persino di rievocare corporalmente dentro di noi anche il gesto dell’artista, il colpo di pennello sulla tela, la martellata sul marmo.  La maggior parte delle volte, quando guardiamo un opera d'arte, ne restiamo più o meno affascinati. Immediatamente, senza rendercene conto cerchiamo di interpretarne il "senso", o semplicemente siamo attratti dalle linee e dai colori. In ognuno di noi si muovono emozioni più o meno forti, sentimenti e stati d'animo a volte travolgenti che inevitabilmente sottendono o meno l'esperienza estetica del bello. I sentimenti, i ricordi, il piacere che possiamo percepire, possiedono un forte carattere individuale, essendo collegati a diverse componenti: genetiche, ambientali e formative. Mentre tale variabilità rimane ancora un campo pressoché sconosciuto, le ricerche hanno identificato il processo d’origine di alcune percezioni elementari e comuni in ognuno di noi. Ogni individuo della specie umana risponde con i medesimi processi fisiologici alla percezione di un oggetto e medesime aree cerebrali, in individui cresciuti in culture distanti, si attivano quando percepiscono un’opera bella o brutta. Certamente, l’attività di questi centri può essere modulata dal contesto (ad esempio quando un quadro è esposto in una galleria d’arte piuttosto che in un appartamento), dall’interesse che suscita l’opera osservata e dalle esperienze personali. Pare lecito poter affermare che il concetto di bellezza esiste dentro di noi, mentre l’oggetto a cui questo concetto viene associato può invece essere molto variabile. 

 

Mentre il nostro sistema visivo osserva la realtà, compie una continua ricerca delle proprietà costanti della stessa, filtrando attraverso l'attività della corteccia cerebrale gli elementi essenziali al di là della continua mutevolezza del reale, allo stesso modo in cui l'artista evidenzia nella sua opera solo quelle caratteristiche della realtà indispensabili alla rappresentazione. La conoscenza attraverso l’analisi e la registrazione delle qualità costanti ed essenziali è dunque una caratteristica fondamentale dei processi cognitivi, così come nell’arte, tanto che l'opera di molti artisti pare il tentativo inconscio di rappresentare la realtà così come è veramente, in modo rigoroso, e non continuamente mutevole come la vediamo. E’ quindi ipotizzabile che, attraverso l'arte, si possano scoprire e comprendere i meccanismi cognitivi utilizzati dal nostro cervello per l'esplorazione e la conoscenza del mondo che ci circonda..

 

L'arte, dice Zeki, è concepita dall'artista ed apprezzata dal suo pubblico grazie ad una serie di operazioni che si svolgono nel cervello dell'uomo e quindi anche l'esperienza estetica è soggetta alle leggi che regolano le attività cerebrali e le strutture nervose coinvolte. Siamo animali visivi, animali spaziali, per i quali, secondo un modello di approccio psico-cognitivo, il confine tra arte e scienza pare destinato ad annullarsi.

 

La neuroestetica fino ad oggi ha investigato principalmente l’arte visiva, perché la parte del cervello dedicata alla visione è molto ampia e ben conosciuta. Il nostro sistema visivo reagisce ai quadrati di Malevitch, alle linee ortogonali di Mondrian, ma anche alle sculture incompiute di Michelangelo, perché esistono dei neuroni che rispondono solo alle righe con una particolare inclinazione, ed altre che rispondono alle forme anche semplicemente abbozzate. Secondo Semir Zeki gli artisti possono essere paragonati a dei neurologi che studiano con i loro mezzi le proprietà fisiologiche del cervello. Infatti, non è un caso se il campo recettivo delle cellule nell’area visiva che elabora l’informazione cromatica assomiglia in modo incredibile ad un quadrato di Malevich. O se Alexander Calder nelle sue opere elimina il colore per enfatizzare il movimento così come avrebbe fatto un fisiologo per disegnare lo stimolo migliore per l’area visiva che elabora il movimento, la cui attività è appunto ridotta dalla presenza di un colore.

 

Capire come funziona il cervello nel caso particolare dell’esperienza estetica è un obiettivo ambizioso, ma non impossibile grazie alle moderne tecniche di neuroradiologia e neurofisiologia quali: la risonanza magnetica funzionale, la tomografia ad emissione di positroni, la magnetoencefalografia ed i potenziali evocati cognitivi.

 

Oggi la neuroestetica si occupa principalmente d'arte, ma in un futuro prossimo si propone di affrontare anche altri campi come la religione, la morale, la letteratura e la giurisprudenza. Si cercheranno così, per vie nuove, le risposte a vecchie domande fondamentali per l'uomo che cerca di capire se stesso, il suo passato ed il suo futuro.

 

 

 

 

 


                                                                                    Dott. Marco Aguggia

 

                                                                   Neurologo, Neurofiosiologo e Fisiatra

 

                                                            Direttore Neurologia Ospedale G. Massaja Asti

 


 


 

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